Confesercenti Torino presenta i conti: “Per effetto della desertificazione e degli acquisti online fra il 2019 e il 2025 il Piemonte ha perso oltre 6.500 imprese, quasi 11.000 addetti e 1 miliardo di ricchezza”

Per ogni 100 euro spesi nei negozi fisici, circa 70 euro restano sul territorio; quando la stessa cifra si sposta online, circa 70 euro ne escono”. Il presidente Nettis: “Necessarie 50mila firme sulla nostra proposta di legge a sostegno delle attività di prossimità”

Meno negozi, meno ricchezza che resta sul territorio. Tra il 2019 e il 2025, la riduzione dei punti vendita fisici e l’aumento delle quote di mercato delle piattaforme internazionali di commercio online hanno sottratto valore ai circuiti economici locali: in Piemonte si è perso circa un miliardo. È quanto emerge dalle elaborazioni Confesercenti sulla dinamica delle imprese e sugli effetti della desertificazione commerciale: secondo queste stime, per ogni 100 euro spesi nei negozi fisici circa 70 restano nel circuito economico locale, attraverso occupazione, redditi d’impresa, affitti, servizi professionali, manutenzioni e fiscalità; quando la stessa cifra si sposta sui grandi marketplace, circa 70 euro escono dal territorio.

numeri della ricerca sono impietosi (per i dati completi si vedano le tabelle in basso): fra il 2019 e il 2025 il Piemonte ha perso 6.528 imprese nel commercio, pari al 12,6%, e 10.917 addetti (pari all’8,9%). La ricchezza perduta per il territorio ammonta a 979,2 milioni: è la “quota piemontese” di un fenomeno che, nello stesso periodo, ha “delocalizzato” a livello nazionale circa 16,7 miliardi di euro di spesa delle famiglie. I risultati del capoluogo sono leggermente migliori, ma comunque negativi, con una perdita dell’8,8% per le aziende (-1.280) e del 4,7% per gli addetti (-1.454).

Il fatto che il dato complessivo regionale sia peggiore di quello di Torino (pur molto preoccupante) dimostra come sia fondato l’allarme, più volte lanciato da Confesercenti, rispetto alla desertificazione commerciale che colpisce particolarmente i piccoli centri. La spesa dirottata rappresenta soltanto la componente economicamente quantificabile della desertificazione: restano fuori dal conto la minore disponibilità di beni e servizi e gli effetti su presidio urbano, sicurezza, coesione sociale e qualità della vita: elementi difficili da tradurre in euro, ma fondamentali per le comunità.

“Bastano queste cifre per spiegare e giustificare – dice Vincenzo Nettis, presidente di Confesercenti Torino e Provincia – l’iniziativa per la proposta di legge di iniziativa popolare a sostegno del commercio di prossimità che la nostra associazione ha promosso e alla quale hanno già aderito quasi 40mila cittadini nonché tanti amministratori locali: sindaci, assessori e consiglieri comunali e regionali, dai borghi ai capoluoghi”.

Dopo le tante iniziative sul territorio che Confesercenti ha organizzato prima della pausa estiva, mercoledì e giovedì prossimi, 9 e 10 settembre, la sede di Torino dell’associazione (corso Principe Eugenio 7f) sarà aperta fino alle 21 per tutti coloro che vogliono sottoscrivere la proposta di legge. Le firme necessarie per la sua presentazione sono 50mila.

“L’arretramento della rete commerciale – continua Nettis –  non ha solo ridotto l’accesso dei residenti a beni e servizi, ma ha indebolito i sistemi locali. Il commercio di prossimità agisce infatti come una vera e propria infrastruttura territoriale. Attorno a ogni attività si muovono occupazione diffusa, redditi, immobili attivi, servizi professionali, manutenzioni, tributi locali e una rete di beni e servizi accessibili, cui si aggiungono presidio degli spazi urbani, sicurezza e coesione sociale. La progressiva riduzione delle attività commerciali fisiche, insieme al cambiamento delle abitudini di acquisto, modifica profondamente questo equilibrio. L’e-commerce rappresenta un’opportunità, soprattutto quando si integra con la rete dei negozi e consente anche alle piccole imprese di raggiungere nuovi mercati. Diverso è l’effetto quando gli acquisti si spostano sulle grandi piattaforme internazionali. Dunque – conclude Nettis –  è necessario invertire questa tendenza, perché essa mette in pericolo non solo un fondamentale comparto economico, ma anche il modello di città vivibile, sicura e aperta che abbiamo conosciuto sinora”.

 

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